VICTOR

Giovedì 22 marzo, ore 21.00

Sala Grande
DispensaBarzotti
Liberamente ispirato a Frankenstein di Mary Shelley
Regia Alessandra Ventrella
Drammaturgia Alessandra Ventrella, Riccardo Calabrò e Rocco Manfredi
Con Riccardo Calabrò, Consuelo Ghiretti, Rocco Manfredi
Luci e suono Alessandra Ventrella
Scene Rocco Manfredi

Due gambe spezzate tentano di alzarsi, i piedi cercano di sollevarsi da terra ma affondano nel pavimento. Gli occhi annebbiati stanno per cedere, mentre la luce continua ad entrare da una finestra che cola, goccia dopo goccia, versa lacrime.
Tutto piange intorno a questo corpo, inondando la stanza.
Eppure, Victor è ancora vivo per quanto immerso in un acquario, come un pesce sul punto di morire in preda alle convulsioni. C’è una creatura fradicia, di notte, che lo viene a trovare, riportandolo a galla. Meravigliosa, evoca ricordi lontani o futuri mai realizzati, illudendolo di poter trovare riparo.
Le cose che lo tengono in vita sono le stesse che lo fanno sprofondare. Victor osserva immobile il congelarsi del tempo da sotto lo strato di ghiaccio che lo imprigiona. Qualcuno vada e appicchi il fuoco.

“Victor” è il primo lavoro ispirato a grandi romanzi dell’ “orrore” e il primo capitolo di un’ideale “Trilogia dell’Immortalità” a cui seguiranno “Dracula” di Bram Stoker e “Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde” di Robert Louis Stevenson. L’idea di questi tre spettacoli nasce dal nostro desiderio di raccontare le potenze incontrollabili che abitano i nostri corpi.
In Frankenstein esistevano naturalmente immagini, atmosfere ed emozioni che stavano dentro di noi prima del teatro, come persone, e che avevamo l’urgenza di provare a raccontare. Raccontare non tanto un romantico intreccio, quanto piuttosto i suoi protagonisti. Gli incubi, la paura che diventa malattia. La solitudine di cui ci si libererà, forse, in un’altra vita. In noi e tra di noi si creano dei “mostri”, qualcosa d’ingovernabile che non avremmo mai desiderato creare.
Abbiamo pensato tanto all’abbandono, che fa piangere tutto. Non accettare la fine. Voler ridare vita e anima a tutto, continuamente, ad ogni costo. Abbiamo guardato al rapporto tra Victor Frankenstein e la sua creatura come ad una metafora dai molteplici significati. Ci siamo soffermati sulla relazione tra Victor ed il suo amore Elizabeth.
“Victor” è il tentativo di dipingere il ritratto di un’ interiorità. Un oceano interiore dove galleggiano rovine, dove emergono tutte le cose che sono morte ma che non hanno fine, tutte le cose che cerchiamo di tenere legate a noi, tutto ciò contro cui lottiamo per non divenire spettri di noi stessi.
Il presente di Victor è fatto di memorie lontane o di futuri mai realizzati; poi, tutto scompare e non rimane che un sacro altare fatto di fiammelle instabili che durano per poco, fuochi fatui di cui le braci non riprenderanno a fiammeggiare. Solo per un attimo sembra che una grande fiammata stia per accendersi, una fiamma vera, calda, abbagliante, leggera e forte. Forse è solo un sogno, ma un sogno tanto vagheggiato da precipitarci in un altro mondo…

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