DA DOVE GUARDI IL MONDO?

Domenica 8 febbraio l'Osservatorio ha assistito allo spettacolo DA DOVE GUARDI IL MONDO? Compagnia Abbondanza Bertoni - La Piccionaia Centro di Produzione teatrale

IL DIALOGO

Da dove guardi il mondo? di e con Valentina Dal Mas è uno spettacolo che racconta il viaggio di una bambina verso il suo punto di allegria: riuscire a scrivere il proprio nome. Com’era Danja, la protagonista?
Era un po’ speciale, come la mia compagna Miriam, che si fa aiutare dalle maestre e a volte urla e vuole stare da sola. Loro hanno un modo un po’ diverso di vedere le cose. Per esempio Danja vede con il corpo. Danja era la ragazza che parlava con le cose: parlava con la schiuma da barba, con il fischietto, con una frusta elettrica. A me sembrava una bambina.
Secondo voi quali sono i temi?
La diversità: manda un messaggio profondo, lei veniva presa in giro perché era diversa. Parla anche di come superare le difficoltà: tutti ne abbiamo, alcune sono più oggettive di altre, ma si superano, da soli o con un aiuto esterno. Secondo me parlava di uguaglianza. Mi è piaciuto molto il messaggio, ma avrebbe potuto essere più chiaro; magari dando una descrizione più precisa di Danja.
Quali emozioni avete riconosciuto?
Felicità. Frustrazione. Orgoglio, quando diceva del filo che è anche un punto. Anche della tristezza e della solitudine, del fastidio e della vergogna, quando veniva presa in giro.
C’è qualcosa che fate fatica a fare e che magari per gli altri è semplice?
Sì, io nei dettati faccio sempre tantissima fatica a capire se la “e” va con o senza l’accento e i miei compagni dicono che per loro è facile. Io quando faccio i compiti a volte finisce che mi metto le mani nei capelli mentre i miei compagni li fanno senza sforzo. A scuola noi ogni tanto diciamo una cosa un po’ brutta - anche io a volte: tipo quando qualcuno non riesce a fare una cosa e noi abbiamo già finito diciamo che è facile. Ora forse vedrò un po’ meglio come ci si sente quando si fa fatica. Io non capivo una cosa di matematica e allora facevo tutto sbagliato e l’ho capita da poco. A casa a volte perdo le cose e poi erano proprio davanti a me e questo mi fa arrabbiare e sentire pazzerello. Come nello spettacolo: lei aveva tutti gli elementi per saper scrivere, erano già dei suoi amici, ma doveva imparare a metterli insieme, e non è facile come sembra. Siamo tutti un po’ diversi, io per esempio non sono capace a disegnare, quindi quando vedo qualcuno che lo sa fare mi sembra una cosa straordinaria. Ma so fare tante altre cose! Pensate quanto è faticoso per chi ha delle difficoltà con le cose che devi fare per forza, come parlare o scrivere. Eh, sì, io per fortuna le cose che non so fare, come gli scooby doo, non sono obbligata a farle. Mi è andata bene. Le cose un po’ artistiche mi vengono, ma quelle manuali proprio no. Poi c’è da dire che alcuni adulti o anche ragazzi aiutano chi ha delle difficoltà e altri non lo fanno.
Ecco, secondo voi Danja ce l’ha fatta da sola o l’ha aiutata qualcuno?
L’hanno aiutata i suoi amici.
Ma chi erano i suoi amici?
Un temperino, un fischietto, una frusta elettrica e della schiuma da barba. Quindi forse ce l’ha fatta da sola. Cioè gli amici che l’hanno aiutata non erano delle persone, è lei che ha trovato dei modi per aiutarsi da sola: unendo i suoi amici ha imparato a scrivere il suo nome. Infatti quando parlava verso il cielo parlava con qualcuno che non c’era. Sì, anche io ho sentito che mancavano altre persone, non c’erano maestri, non c’erano genitori. Anche la maestra le diceva solo di scriverle, non è che le desse una mano per imparare a farlo. Secondo me ce l’ha fatta da sola perché provando e riprovando e riprovando di solito ce la fai. Mia nonna mi ha
raccontato che ci sono dei bambini che nascono con dei problemi, magari senza le mani. E allora qualcuno dipinge con i piedi. Quando ti manca qualcosa trovi degli altri modi per fare le cose. Per esempio Danja ha usato una sua altra qualità pazzesca, il fatto di vedere con il corpo prima che con la mente. Esatto, se non hai le mani, cosa fai? Usi i piedi!
Secondo voi che senso ha il titolo dello spettacolo?
Secondo me il senso è che ognuno vede le cose in modo diverso. A seconda di come le guardi, le cose cambiano, quindi se qualcosa non va puoi provare a girarti. A un certo punto lo dice proprio: bisogna guardare il mondo da tanti punti diversi e poi scegliere qual è quello da cui vuoi guardarlo. Come le difficoltà: se le guardi da un altro punto di vista, sono un’occasione per imparare delle cose.
Avete capito la metafora del puzzle?
Secondo me lei sapeva come si scriveva, ma le mancavano i pezzi del puzzle che le servivano per il movimento. Se non hai il quadro completo non riesci neanche a dipingere i dettagli, ti manca qualcosa per completare. Sì e magari qualcuno ha i pezzi che a lei servono mentre lei ha quelli di qualcun altro. Vero: tutti abbiamo sempre qualcosa da dare e c’è sempre qualcosa che ci manca. Nessun puzzle sarà mai finito, se no sarebbe finita la vita, se vedessimo già tutto, tutta la vita che abbiamo e tutta la vita che sarà. Ci manca sempre qualcosa, non avremo mai finito di mettere insieme i pezzi. Ma forse quei pezzi li ha qualcun altro e noi possiamo affidarci agli altri per trovare i pezzi mancanti. Esatto, magari lei poteva insegnare a qualcuno come leggere o come ballare. Come uno scambio. Sì, e secondo me tra l’altro lei sapeva scrivere, ma non pensava di saperlo fare.
Vero. A voi capita che vi accorgete a un certo punto che qualcosa non riuscite a farlo solo perché vi convincete di non saperlo fare? Sì. Con tutto. Io con il pianoforte per esempio. Io con il circo, so benissimo come si fanno delle cose ma ho paura e allora non riesco. Io quando studio mi convinco che non capirò delle cose, se quelle cose non mi piacciono: lo decido io. Io la corda la so saltare, però nella mia testa mi dico: non ci riuscirò, sbaglierò. E allora poi sbaglio. A volte a danza mi capita che la maestra ci fa fare un esercizio, ma dato che non mi riesce subito, a volte smetto di provarci.
Qual è il vostro punto di allegria?
Il mio è una cosa strana: il cibo. Andare sul palco a suonare il mio strumento. Recitare. Io ce ne ho così tanti che non so neanche quanti sono, ma il più forte è la musica. Non sei contento se non c’è la musica, ti serve per vivere. Il mio è riuscire a smettere di dimenticarmi le cose che penso. Cantare e ballare, infatti vorrei farlo come lavoro. Imparare a suonare altri strumenti. Essere meno indecisa. Anch’io! Stare bene con me stessa e con gli altri e farmi meno problemi sulle cose su cui non serve farseli, trovando un giusto equilibrio tra ciò che fa star bene me e ciò che fa star bene gli altri. Essere più sicura di me stessa.
Avete degli amici oggetti che vi aiutano ad andare avanti o vi insegnano qualcosa?
Io ne ho tre: il mio letto, che mi insegna a essere coraggiosa e amichevole, il mio astuccio, che mi ricorda che ho tante cose, e la mia giacca, che mi insegna a essere diversa dagli altri: nella mia classe sono tutti bianchi, io sono l’unica diversa. A me servirebbe molto essere amica del libro di geografia. Il mio è lo specchio: ci parlo e mi aiuta a essere più sicura, quindi ad avvicinarmi al mio punto di allegria.
Nello specchio alla fine non vedi niente più di te stessa, quindi vuol dire che dentro di te c’è tutto.
Per me il foglio, perché puoi farci tantissime cose e costruire quello che vuoi. A me aiuterebbe tantissimo il fischietto di Danja. E mi servirebbe qualcosa che d’un tratto mi tolga il mio problema di vista. Per me le foglie del cortile di scuola, che mi fanno compagnia quando i miei amici non vogliono stare con me. Io le chiamo bistecche. Una penna per scrivere.